Intervista a Paola Picozzi

Abbiamo approfondito con la dottoressa Paola Picozzi il tema dell’abuso e i risvolti psicologici che possono derivare da esperienze traumatiche.

Che cosa si intende per trauma?

Il trauma è un’esperienza singola, o una situazione protratta nel tempo, in cui le persone sperimentano una minaccia – soggettiva o oggettiva – per la propria sopravvivenza fisica o emotiva. Nel corso di un’esperienza traumatica le persone vivono un senso di impotenza e di vulnerabilità che minano profondamente il senso di sicurezza psicologica.

Se il trauma avviene in età infantile e soprattutto all’interno di un ambiente familiare che dovrebbe dare protezione e accudimento, se è ripetuto nel tempo, fa fallire le ordinarie strategie con le quali il nostro “sistema immunitario psicologico” affronta gli eventi e ci consente di sopravvivere.

Tutte le persone che hanno subito traumi sviluppano un Disturbo post-traumatico?

L’esistenza delle persone traumatizzate, o meglio, che non hanno potuto elaborare e superare i traumi subiti, si svolge, in uno stato di continua emergenza, come se si dovesse sempre, oggi come allora, fronteggiare il pericolo.

Parliamo in questi casi di funzionamento post-traumatico che è quasi sempre l’esito di maltrattamenti psicologici, fisici, abusi sessuali e gravi stati di trascuratezza, vissuti in età infantile. Spesso queste forme di abuso sono legate tra loro e co-presenti: ogni forma di maltrattamento fisico e sessuale è anche, sempre, un abuso psicologico.

L’intensità e la qualità degli esiti dei traumi è data dal bilancio tra le caratteristiche dell’evento (precocità- frequenza e durata-gravità-grado di violenza e coercizione-relazione con l’abusante) e i fattori di protezione della vittima (tanto le risorse individuali della vittima, quanto gli interventi attivati dal sistema familiare/sociale).

Il danno, allora, è tanto maggiore quanto più il fenomeno resta nascosto o non viene riconosciuto, favorendo la prosecuzione, nel tempo, della relazione di dipendenza tra la vittima e chi perpetua e nega l’abuso?

L’abuso è di per sé un fenomeno caratterizzato dall’ingiunzione al segreto e al silenzio e dall’attivazione di sentimenti che inibiscono la narrazione (colpa, vergogna, tradimento).

Difficilmente la silenziosità delle vittime avviene attraverso la minaccia, perché l’abuso non è mai perpetrato attraverso la violenza, ma attraverso la seduzione e la lusinga, atti che mirano a far sentire il bambino “complice” e dunque, ugualmente colpevole e inevitabilmente omertoso.

Quando, peraltro, la relazione con l’abusante è una relazione di dipendenza, della quale il bambino non può fare a meno, il bambino tenderà a preservarla.

In tal senso, è spesso centrale il ruolo delle madri nelle situazioni di violenza e di abuso che vivono i loro bambini, soprattutto quando avvengono nel contesto intra-familiare. Non esiste un abuso in famiglia in cui l’altro genitore <non sa>. Ci sono madri che sanno e lasciano fare e quelle che e non possono vedere, perché vittime, a loro volta in età infantile, di abusi e violenze che hanno dovuto negare e rimuovere per sopravvivere.

In una realtà, come quella italiana, in cui quasi il 90% degli abusi avviene in famiglia, dove il ruolo della madre è ancora mitizzato, è vero che l’omertà, sia familiare che sociale, trova terreno fertile nel non voler accettare e, di conseguenza, vedere realtà di violenza familiare connivente?

L’omertà di parenti, vicini, amici, insegnanti si basa spesso sulla paura di danneggiare con una segnalazione, se stessi e gli altri, sul tabù dell’incesto che porta a denegare l’impensabile (“non è possibile che sia accaduto”) sull’ignoranza, spesso anche delle leggi, che produce la convinzione di poter denunciare “solo se si hanno le prove”. Ma, purtroppo, sappiamo bene che i segni lasciati da questo genere di abusi, sono spesso segni interni e non visibili.

L’abuso sessuale è, dunque, un trauma che coinvolge oltre che il corpo, anche la mente e la sfera delle emozioni?

Il danno che i bambini traumatizzati subiscono è sostanzialmente un danno alla mente: viene alterata la capacità di regolare le emozioni, la percezione di sé e del mondo, si producono distorsioni al livello di memoria e di pensiero.

In età adulta, questi bambini continueranno a sentirsi in pericolo, in balia degli eventi, a vivere in uno stato d’impotenza e d’allerta costante. Tutti stati d’animo che minano la loro autostima, il loro modo di esistere, le loro scelte.

Sviluppano un’estrema vulnerabilità alla ri-traumatizzazione, poiché è compromessa la capacità di compiere buone scelte per sé, anche e soprattutto nelle relazioni interpersonali: possono ritirarsi dalle relazioni o scegliere partner violenti e prevaricatori, che riconfermano costantemente il loro stato di impotenza e disvalore.

Le persone traumatizzate mantengono, quindi, le stesse convinzioni, emozioni e sensazioni fisiche che si erano attivate al momento del trauma?

Esattamente. Queste persone, spesso, non sono in contatto con il proprio mondo emotivo, possono parlare di eventi terribili senza ricordare le emozioni che hanno provato e che provano: perché, per sopravvivere al trauma, per non sentire la potenza del dolore, hanno “congelato” e “anestetizzato” le emozioni.

Oppure possono aver rimosso le esperienze traumatiche e non conservarne più il ricordo, ma continuare a vivere in costante balia di quegli stessi vissuti di minaccia e terrore che hanno sperimentato durante gli eventi traumatici, incapaci di sentirsi “al sicuro” anche all’interno di una vita che, nell’oggi, non presenta più caratteristiche traumatiche. Questo è ciò che avviene, per esempio, a chi soffre di attacchi di panico. Infatti, l’obiettivo terapeutico di elaborare il trauma deve mirare a riprendere contatto con quello che è successo, per poi riuscire a “digerirlo” e a collocarlo finalmente nel passato. Non è fondamentale per questo recuperare tutti i ricordi dell’accaduto, ma poter accedere ai vissuti e alle convinzioni negative che si sono prodotte durante gli eventi.

L’importante è rendersi conto che non si è sbagliati, ma che si sta male per ciò che è accaduto e poterne finalmente parlare.

L’essere creduti e ascoltati, per chi è stato vittima di abuso, è il presupposto per non sentirsi più drammaticamente in colpa, per sapere che, pur trattandosi di un tabù, di una cosa di cui ci si vergogna, di una cosa per cui si è stati minacciati, finalmente se ne può parlare.

E' importante, quindi, una formazione specifica per i terapeuti, formazione che fornisca strumenti e metodologie per riconoscere e per curare gli effetti del trauma?

Sicuramente sì: riconoscere, ad esempio la dissociazione o gli stati di scarso contatto con se stessi e con il mondo come forme di difesa, come modi di “staccare la spina”, e non come indicatori di un disturbo identitario cronico, orienta il terapeuta a riconoscere e a trattare questi sintomi come “funzionamenti” patologici, che, come tali, posso essere modificati, aiutando il paziente a costruire strategie di funzionamento più sane ed adattive.

Ci vuole descrivere il metodo EMDR, che utilizza con alcuni pazienti?

E’ un metodo messo a punto nel 1987 da Francine Shapiro, basato sulla stimolazione bilaterale (movimenti oculari), che attivando la naturale connessione tra l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello (meccanismo che si produce durante la fase REM del sonno), produce una desensibilizzazione del ricordo dell’evento traumatico e la sua rielaborazione a livello emotivo, cognitivo, corporeo.

La finalità del lavoro terapeutico è, infatti, anche quella di lavorare sulle convinzioni negative che le persone hanno strutturato su di sé in esito alle esperienze traumatiche (“sono impotente”, “non ho il controllo”, ”sono in pericolo”, “non ho valore”) ed aiutarle a trasformarle in convinzioni positive (“sono padrone di me stesso”, “ho il controllo”, “sono al sicuro”, “ho valore”).

Questo cerco di fare con le persone che si rivolgono a me, per le quali ha voce più forte il bambino traumatizzato che c’è in loro di quella dell’adulto di oggi.

Quali motivazioni l’hanno portata a mettere a disposizione di “METI” la sua professionalità?

Sostanzialmente per aiutare persone, che hanno subito traumi nell’infanzia, a ritrovare un equilibrio di vita nel presente.

Ho messo a disposizione dell’Associazione una rete di terapeuti formati sul trauma e da me coordinati che potranno seguire individualmente, a un prezzo calmierato, le persone che ne faranno richiesta. Verrà offerto un primo colloquio gratuito con i terapeuti, seguito da quattro/cinque incontri di valutazione del problema e strutturazione dell’intervento clinico.

Ci affiancheremo, inoltre, all’attività di METI con iniziative di informazione sul trauma e con presenze alternate nella sede dell’Associazione.